{"id":2060,"date":"2022-11-28T15:58:30","date_gmt":"2022-11-28T15:58:30","guid":{"rendered":"https:\/\/ireser.it\/?post_type=pubblicazione&#038;p=2060"},"modified":"2022-11-28T15:58:34","modified_gmt":"2022-11-28T15:58:34","slug":"la-rete-del-rete-del-lavoro-agricolo-di-qualita-nel-contrasto-al-caporalato-tra-interesse-pubblico-e-privato","status":"publish","type":"pubblicazione","link":"https:\/\/ireser.it\/en\/pubblicazione\/la-rete-del-rete-del-lavoro-agricolo-di-qualita-nel-contrasto-al-caporalato-tra-interesse-pubblico-e-privato\/","title":{"rendered":"La rete del&nbsp; Rete del Lavoro Agricolo di Qualit\u00e0 nel contrasto al caporalato: tra interesse pubblico e privato"},"content":{"rendered":"\n<p><em>di Gianluca De Angelis<\/em><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>Gianluca De Angelis, \u00e8 ricercatore dell\u2019IRES dell\u2019Emilia-Romagna.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Parte di questo articolo \u00e8 stato pubblicato sul VI rapporto Agromafie e Caporalato, dell&#8217;Osservatorio Placido Rizzotto; curato da Francesco Carchedi ed edito da Futura<\/em> nel 2022<\/p>\n\n\n\n<ol class=\"wp-block-list\"><li><strong>Il Piano di contrasto al caporalato<\/strong><\/li><\/ol>\n\n\n\n<p>Il fenomeno del caporalato non \u00e8 presente solo nel settore agricolo e in una sola parte del territorio nazionale, poich\u00e9 tale asserzione rappresenta una vera e propria distorsione delle attuali (e compravate) conoscenze: sia della sua trasversalit\u00e0 intersettoriale che la sua diffusione sociale ed economica. Gli effetti di queste distorsioni sono probabilmente alla base dell\u2019inefficacia delle principali misure poste in essere per il suo contrasto. \u00c8 del tutto evidente, infatti, che le principali coordinate del fenomeno siano da ricercarsi in criticit\u00e0 di sistema consolidate che solo in seconda battuta trovano nel settore agricolo un ambiente favorevole. Anche la Legge 199\/2016, che pure ha il pregio di individuare alcuni elementi caratterizzanti del fenomeno del caporalato, sembra non riuscire ad andare al di l\u00e0 dell\u2019intervento repressivo, senza scardinarne le ragioni costitutive. Da un lato, infatti, il breve articolato della Legge riscrive il reato di caporalato (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro), introducendo la sanzionabilit\u00e0 anche del datore di lavoro; e altres\u00ec l&#8217;applicazione di un&#8217;attenuante in caso di collaborazione con le autorit\u00e0. La legge sancisce l\u2019obbligatoriet\u00e0 dell\u2019arresto in flagranza di reato e rafforza l&#8217;istituto della confisca, l&#8217;adozione di misure cautelari relative all&#8217;azienda agricola in cui \u00e8 commesso il reato e prevede l\u2019estensione della responsabilit\u00e0 per il reato di caporalato alle persone giuridiche (Art. da 1 a 6).<\/p>\n\n\n\n<p>Dall\u2019altro, restano inapplicate o scarsamente efficaci le misure tese al contrasto delle condizioni alla base dell\u2019intermediazione illegale di manodopera. In parte introduce un elemento che si limita al risarcimento, estendendo alle vittime del caporalato le provvidenze del Fondo antitratta (Art. 7), in parte rafforza i criteri per l\u2019accesso alle ReLaq (Rete del lavoro agricolo di qualit\u00e0, ex art. 6, comma 1, decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91), che resta il principale strumento di controllo e prevenzione del lavoro nero in agricoltura (Art. 8). Inoltre, introduce un graduale riallineamento delle retribuzioni nel settore agricolo (Art. 10). Solo con l\u2019Art. 9 il campo di intervento sembra estendersi alle condizioni sociali ed economiche che alimentano il fenomeno, richiamando alla responsabilit\u00e0 del Ministero delle Politiche agricole e del Ministero dell&#8217;interno la predisposizione di un apposito piano di interventi. In particolare, la legge fa riferimento alla necessit\u00e0 di una strategia che preveda \u201cmisure per la sistemazione logistica e il supporto dei lavoratori, anche attraverso il coinvolgimento di Regioni, Province autonome e amministrazioni locali, delle rappresentanze dei datori di lavoro e dei lavoratori del settore e delle organizzazioni del terzo settore nonch\u00e9 idonee forme di collaborazione con le sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualit\u00e0 anche ai fini della realizzazione di modalit\u00e0 sperimentali di collocamento agricolo modulate a livello territoriale\u201d (Art. 9 L. 199\/2016).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 quindi in virt\u00f9 dell\u2019Art. 9 che si deve, con apposita norma nel decreto fiscale del 2019 (Art. 25-quater D.L. 119\/2018), l\u2019istituzione del \u201c<em>Tavolo operativo per la definizione di una nuova strategia di contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo in agricoltura\u201d<\/em> (D.l. 04\/07\/2019) \u2013 i cui contenuti sono sintetizzati nel Prospetto 1 &#8211; e che ha finalmente portato all\u2019approvazione del Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020-2022<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"727\" height=\"512\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-5.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2067\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-5.png 727w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-5-300x211.png 300w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-5-18x12.png 18w\" sizes=\"auto, (max-width: 727px) 100vw, 727px\" \/><figcaption><strong>Sintesi delle azioni previste nel Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020-2022<\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>Il Piano prevede 10 azioni prioritarie articolate in 4 ambiti di intervento, quello preventivo, di vigilanza e contrasto, protezione e assistenza e reinserimento socio-lavorativo. Nel quadro delle azioni preventive previste dal Piano triennale, il primo elemento richiamato \u00e8 l\u2019esigenza conoscitiva necessaria alla prevenzione, dalla mappatura delle aree di intervento ai fabbisogni di settore anche in considerazione della loro stagionalit\u00e0. Il secondo set di azioni riguarda invece gli interventi strutturali e di incentivo agli investimenti, nella prospettiva che un sostegno al posizionamento delle imprese sul mercato ne scoraggi la tendenza o la tentazione alla slealt\u00e0 nella concorrenza. Il terzo set \u00e8 quello che direttamente chiama in causa la Rete del lavoro agricolo di qualit\u00e0. In questo set, infatti, le azioni previste riguardano un allargamento dei meccanismi di certificazione dei prodotti e delle filiere di produzione. Il quarto set riguarda invece l\u2019intermediazione vera e propria, prevedendo la realizzazione di interventi capaci di migliorare i servizi di incontro tra domanda e offerta di lavoro a partire dalla pianificazione dei fabbisogni. In particolare, tra le azioni previste troviamo l\u2019individuazione di flussi di lavoratori stranieri e la definizione della cornice contrattuale del loro impiego. I punti 5 e 6 investono la dimensione logistica del caporalato, intervenendo sull\u2019alloggio e il trasporto dei lavoratori e delle lavoratrici agricole. Gli interventi, in tal senso, consistono nella definizione di linee guida, nell\u2019incentivazione alla creazione di foresterie aziendali e altre strutture alloggiative, fino alla definizione di albi per le aziende di trasporto. Infine, al settimo punto sono riconducibili quelle azioni comunicative finalizzate ad informare gli attori coinvolti. Le azioni vanno da quelle rivolte ai lavoratori e alle lavoratrici, con riferimento ai loro diritti, ma anche alle imprese e ai consumatori.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Gli ultimi tre ambiti di azione sono meno articolati del primo. Per quanto riguarda l\u2019ambito di vigilanza e contrasto il Piano prevede l\u2019integrazione delle conoscenze esistenti e conseguenti all\u2019approvazione del piano (vedi punto 1) e l\u2019integrazione dei meccanismi di controllo. La questione dell\u2019assistenza e della protezione definisce un set di azioni mirate all\u2019intervento ex-post. In particolare, si tratta di armonizzare gli interventi esistenti in materia di assistenza sociale e il rafforzamento delle misure dedicate ai lavoratori e alle lavoratrici straniere vittime di tratta per facilitarne il reinserimento. L\u2019ultimo ambito, dedicato al reinserimento socio-lavorativo, prevede infine la realizzazione di un programma per il reinserimento socio-lavorativo capace di andare dalla formazione specifica, fino alla definizione di linee guida e standard per il reinserimento, prevedendo il monitoraggio delle attivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Rispetto ai fini di questo intervento, le azioni previste nell\u2019ambito preventivo sono quelle di maggiore interesse, nonch\u00e9 quelle che suscitano le maggiori perplessit\u00e0. Per quanto, infatti, siano indirizzate al contrasto di alcuni elementi caratterizzanti il caporalato in agricoltura, rischiano di non incidere il fenomeno molto al di sotto della superficie. Abbiamo visto, infatti, come la prospettiva adottata tendere a mettere al centro i sostegni alla produzione (impresa) e al prodotto, prima ancora che al produttore (lavoratore o lavoratrice) se non in misura emergenziale ed ex-post con un forte rischio di frammentazione degli interventi. Le ragioni di questi limiti stanno dunque in quelle asimmetrie strutturali che fanno della storia (e geografia) del caporalato in Italia un fenomeno complesso.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>2. Asimmetrie strutturali persistenti.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La storia e la geografia del caporalato sono materie complesse. Da un lato si tratta di un fenomeno antico, dall\u2019altro, si interseca con aspetti culturali del tutto peculiari e specifici dei territori su cui insiste; come del resto \u00e8 il caso dell\u2019attivit\u00e0 agricola. Non \u00e8 possibile dar conto di tale complessit\u00e0 in questo breve intervento, ma \u00e8 a partire da quella che possiamo rilevarne i tratti costitutivi. Secondo le definizioni correnti, al fenomeno del caporalato sono riconducibili tutte quelle forme indirette di reclutamento e organizzazione della manodopera, che quindi avvengono per mezzo di intermediari, al di fuori dei perimetri contrattuali vigenti e dei canali di collocamento ufficiali, dando luogo a fenomeni di sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici. Storicamente, il fenomeno dell\u2019intermediazione nel settore agricolo ha assunto una centralit\u00e0 via via crescente in base alle diverse fasi e tecniche della produzione. Se lo spostamento dei lavoratori agricoli nelle fasi precedenti la meccanizzazione era per lo pi\u00f9 legato ai cicli dell\u2019allevamento, nell\u2019et\u00e0 contemporanea \u00e8 la modernizzazione delle produzioni a determinare la necessit\u00e0 di mobilitare vere e proprie masse di proletari agricoli e, con essi, gli intermediari e gli intercettori di manodopera che ne organizzavano la logistica.<\/p>\n\n\n\n<p>Riferendosi all\u2019introduzione della coltivazione del riso nella bassa pianura emiliana e lombarda, Piero Bevilacqua parla di questa massa come di \u201cuna nuova, tumultuosa realt\u00e0 umana e sociale: lavoratori senza terra, periodicamente sradicati dalle loro case e dai loro villaggi\u201d<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>. Si tratta di \u201cun nuovo ceto sociale di braccianti, giornalieri e salariati fissi\u201d che oltre a preoccupare gli autoctoni per le nuove usanze e costumi, mettevano in discussione le vecchie economie e i rapporti colonici su cui si fondavano le relazioni tra propriet\u00e0 e lavoro, ridefinendo le forme complessive del controllo sociale sulle campagne. Gli avventizi, in particolare, erano esposti a condizioni di vita e lavoro ben peggiori di quelle dei braccianti locali, pi\u00f9 spesso salariati e fissi.&nbsp; In \u201cLe condizioni di lavoro nelle risaie\u201d, pubblicato nel 1906 dall\u2019Ufficio del Lavoro, si legge come gli avventizi che vivevano troppo distante dalla risaia per rientrare a casa dopo il lavoro, nelle fasi della mondatura e mietitura dormissero \u201cnel cascinale, sotto i portici, nei fienili aperti (tutte ragazze)\u201d (p. 52), come avessero diversi trattamenti in caso di malattia, giornate di lavoro pi\u00f9 lunghe e paghe pi\u00f9 basse<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 difficile comprendere come il ricorso a tali forme di reclutamento fosse osteggiato dalle nascenti leghe contadine per il miglioramento delle condizioni di lavoro nelle campagne. Da un lato l\u2019affermazione delle prime forme di contratto collettivo riduceva il vantaggio per il padrone di ricorrere agli avventizi; dall\u2019altro, l\u2019intermediazione stessa veniva assunta dalle organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici delle campagne. Infatti, proprio per contrastare l\u2019efficacia dell\u2019azione collettiva promossa dalle leghe, i vecchi intermediari erano talvolta utilizzati per la ricerca di manodopera non organizzata e quindi pi\u00f9 docile. Dal punto di vista storico, insomma, pi\u00f9 che la necessit\u00e0 dell\u2019intermediazione, ad essere messa in discussione \u00e8 la sua gestione. Nel corso della seconda met\u00e0 del XX Secolo, le funzioni di intermediazione e reclutamento della manodopera agricola passano di mano in mano, riflettendo le lotte sociali e le vicissitudini politiche che scuotono il Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella rassegna delle principali tappe storiche della legislazione sul collocamento<a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a>, Domenico Perrotta evidenzia come le prime forme di contrasto al caporalato arrivano proprio con il divieto di intermediazione a scopo di lucro nelle attivit\u00e0 della risicoltura (Art. 20 e 21 Legge \u201cdella risicoltura\u201d, 1917) poi generalizzate nel 1919. Il divieto \u00e8 abrogato dal governo fascista nel 1923, ma poi reintrodotto quando il regime stesso si intesta la funzione di intermediazione in alcuni contesti italiani. Il monopolio statale e il divieto di intermediazione anche gratuita e di matrice sindacale \u00e8 reintrodotto nel 1949 (Legge 264\/1949) e durer\u00e0 fino al 1970, quando la gestione del collocamento agricolo torna nelle mani delle organizzazioni sindacali che operano attraverso commissioni comunali. \u00c8 poi con l\u2019arrivo della manodopera straniera nelle campagne italiane che le imprese agricole possono tornare ad assumere direttamente (Legge 608\/1996) lasciando emergere un caporalato del tutto nuovo, che fonda la sua attivit\u00e0 sulle fragilit\u00e0 che caratterizzano la popolazione migrante.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Solo nel 2011, dopo le ulteriori liberalizzazioni favorite dalla legge Biagi (Decreto 276\/2003), il Decreto N. 138 introduce il \u201creato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro\u201d colmando quella che la Corte di Cassazione definisce una \u201capparente lacuna\u201d del sistema penale. Infatti, pur individuando nella mediazione illecita un reato penale, difficilmente l\u2019applicazione dei dispositivi vigenti permetteva di andare oltre l\u2019individuazione di fattispecie contravvenzionali, evidentemente non sufficienti a contrastare la recrudescenza del fenomeno (cfr. Relazione. n. III\/11\/2011 Roma, 5 settembre 2011)<a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>In particolare, la novit\u00e0 del Decreto sta nell\u2019inserimento del reato nella sezione del codice penale dedicata ai reati contro le libert\u00e0 individuali, accanto, per intenderci, ai reati di riduzione in schiavit\u00f9, pornografia minorile e sfruttamento della prostituzione. La legge 199 del 2016 si inserisce in questo quadro, estendendo la responsabilit\u00e0 penale al datore di lavoro con il preciso scopo di evitare che la distanza tra chi assume la manodopera e chi ne beneficia determini trattamenti sfavorevoli per i lavoratori. In termini pi\u00f9 semplici, contrasta la possibilit\u00e0 che dall\u2019intermediazione di manodopera possano scaturire condizioni di sfruttamento. \u00c8 quindi su questi due elementi, intermediazione e sfruttamento, che si fonda il fenomeno del caporalato. Nel panorama degli interventi tesi al contrasto dell\u2019intermediazione illecita di manodopera, si tratta di una novit\u00e0 significativa. Infatti, se fino a qualche tempo fa il contrasto ai fenomeni di sfruttamento veniva per lo pi\u00f9 declinato dal punto di vista tutela della libera concorrenza<a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a> o, al pi\u00f9, di quella della produzione di qualit\u00e0, in questo caso, invece, la questione lavoristica assume piena centralit\u00e0.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>2.3. Il caporalato senza caporale.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Per le cose dette sin qui e in virt\u00f9 delle pi\u00f9 recenti disposizioni legislative, il fenomeno del caporalato non \u00e8 strettamente dipendente dall\u2019esistenza di un caporale per come il senso comune lo intende. Se da un lato, come sottolinea Domenico Perrotta<a href=\"#_ftn6\">[6]<\/a>, il caporale pu\u00f2 considerarsi un \u201cimprenditore sociale\u201d, che opera in virt\u00f9 delle proprie reti sociali delle quali cerca di assicurarsi il monopolio con mezzi diversificati, che possono contemplare la violenza, ma che anche mobilitano aspetti strettamente culturali. Dall\u2019altro la figura del caporale pu\u00f2 assumere fattezze anche molto diversificate in base alle aree di produzione e alla provenienza della mano d\u2019opera. Talvolta si tratta di soggetti singoli, dotati di un capitale culturale e materiale tutto sommato limitato, ma capaci di tessere le giuste relazioni. Spesso tale figura \u00e8 rappresentata dall\u2019ex-bracciante che, forte di un altro lavoro, riesce ad acquistare un furgone o una macchina per il trasporto delle persone e quindi permettersi \u201cl\u2019ascesa sociale\u201d. In altri casi, come in quelli studiati da Marco Omizzolo nell\u2019Agro pontino, si tratta di figure inserite in vere e proprie organizzazioni criminali, capaci di far fronte a bisogni logistici, ma anche burocratici dei braccianti stranieri<a href=\"#_ftn7\">[7]<\/a>. Altrove, come accade ad esempio in Emilia-Romagna, il caporale pu\u00f2 assumere i tratti dell\u2019impresa, anche cooperativa, che aggira le leggi sull\u2019intermediazione in virt\u00f9 della normativa sugli appalti e sub-appalti.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 detto, insomma, che il caporale sia una figura isolata, che svolga tutto il suo lavoro al di fuori della normativa o che la manodopera che riesce a mobilizzare sia esclusivamente impiegata in produzioni di bassa qualit\u00e0, o comunque scarsamente remunerate. L\u2019unico tratto che evidentemente accomuna tutte queste figure \u00e8 la capacit\u00e0 di mettere a profitto le condizioni di particolare svantaggio che caratterizza la popolazione e la mano d\u2019opera straniera, la componente prevalente nel settore agricolo e non solo. In questo senso, l\u2019intermediazione vera e propria cos\u00ec come le questioni relative alle condizioni di lavoro non sono che alcuni dei tasselli che compongono il complesso puzzle dello sfruttamento (cfr. schema 2) che va ben al di l\u00e0 della dimensione settoriale e della sola irregolarit\u00e0 nel reclutamento. Infatti, da un lato, se \u00e8 vero che il settore agricolo \u00e8 quello in cui \u00e8 maggiore l\u2019incidenza di quanti trovano lavoro grazie ai servizi pubblici (poco pi\u00f9 del 4% nel 2020) tale caratteristica viene meno con riferimento ai lavoratori e alle lavoratrici immigrati e immigrate<a href=\"#_ftn8\">[8]<\/a>. Dall\u2019altro, nell\u2019ultimo rapporto annuale sulle attivit\u00e0 di tutela e vigilanza dell\u2019ispettorato del lavoro<a href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>, si osserva che rispetto al numero dei lavoratori irregolari, l\u2019incidenza degli sfruttati e delle sfruttate nell\u2019agricoltura \u00e8 maggiore (18,6%) rispetto agli altri settori (Industria 4,2%, Terziario 0,6% ed Edilizia 0,5%).<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Schema 1: Modello di riferimento dello sfruttamento lavorativo, intermediazione illecita e lavoro forzato<\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"828\" height=\"616\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-1.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2062\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-1.png 828w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-1-300x223.png 300w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-1-768x571.png 768w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-1-16x12.png 16w\" sizes=\"auto, (max-width: 828px) 100vw, 828px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><em>Fonte: Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato (pag. 6)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 in questa prospettiva multidimensionale che si declinano le implicazioni normative della Legge 199 del 2016 e, soprattutto, che l\u2019adesione e i processi che sottostanno alla rete del lavoro agricolo di qualit\u00e0 trovano centralit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>2.4. La Rete del lavoro agricolo di qualit\u00e0. Lo stato dell\u2019arte<a href=\"#_ftn1\"><strong>[1]<\/strong><\/a>.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>I dati sulle adesioni e la distribuzione regionale<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>I numeri disponibili sulla ReLaQ rappresentano plasticamente le condizioni di difficolt\u00e0 che caratterizzano l\u2019applicazione della legge 199\/2016 e le opportunit\u00e0 ad essa collegata, come sintetizzato nella Tabella 1. Sin dal 2015 e con una periodicit\u00e0 grosso modo mensile, la cabina di regia istituita ai sensi della Legge n. 116\/2014 presso l\u2019INPS provvede all\u2019aggiornamento delle aziende ammesse alla rete con il nome delle imprese, la Provincia o la Citt\u00e0 Metropolitana della sede legale e i riferimenti fiscali (Codice Fiscale). All\u2019aggiornamento del 23 Settembre 2021, ultimo nel momento della stesura di questo articolo, risultano accolte le domande di adesione di 5.097 imprese su un totale di 6.528 richieste arrivate dall\u2019Ottobre 2015. Sono infatti 965 le richieste respinte e 272 le adesioni revocate. L\u2019articolazione della rete si caratterizza per una forte disomogeneit\u00e0 territoriale. Fatte 100 le imprese aderenti quasi la met\u00e0 si distribuisce tra Puglia (24,1%) ed Emilia R. (23,9%). Seguono, a grande distanza, Campania (9,9%), Sicilia (7%), Lazio (6,5%), Piemonte e Calabria (5,3%), Veneto (4,7%) e Lombardia (4,6%). Il restante 8,7% delle imprese ha invece sede nelle altre 11 regioni, con pesi che vanno dal 2% circa di Toscana (2%), Abruzzo (2%) e Basilicata (1,5%) ai pochi decimi rappresentati dalle imprese con sede legali nelle Regioni pi\u00f9 piccole e nelle Provincie Autonome (cfr. Tabelle in Appendice).<\/p>\n\n\n\n<p>Prendendo in esame i soli anni completi (2016-2020), la maggior parte delle adesioni \u00e8 stata registrata nel biennio 2016\/2017 (55,6%). Il 2018 e 2019 sono invece stati gli anni in cui le adesioni sono state meno significative (8,4% e 6,5%); mentre tornano a salire nel 2020, portando le imprese aderenti nell\u2019anno al 14% del totale attuale. Quanto appena osservato complessivamente, non necessariamente vale per le diverse regioni italiane. Prendendo in esame le due regioni pi\u00f9 significative, Puglia ed Emilia R. si osserva che mentre il 57,1% delle imprese pugliesi oggi aderenti ha ottenuto il riconoscimento nel 2016, lo stesso vale solo per il 25,8% delle imprese emiliano-romagnole. D\u2019altra parte, se gi\u00e0 nel 2017 l\u2019Emilia R. vede l\u2019adesione del 76,2% delle imprese attualmente aderenti, nello stesso anno la Puglia arriva solo al 63%. Tra le due, la Puglia \u00e8 quella che comunque segna una progressione pi\u00f9 simile al resto d\u2019Italia. La specificit\u00e0 dell\u2019Emilia R. pu\u00f2 infatti rintracciarsi nel Programma Operativo<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a> (2017) del Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020, che prevede un incremento pari a massimo due punti nella valutazione per il finanziamento di progetti di sistema afferenti alla Focus area 3A da realizzare in modalit\u00e0 \u201cfiliera\u201d per quei progetti che coinvolgono imprese aderenti alla Rete.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"714\" height=\"630\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-8.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2070\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-8.png 714w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-8-300x265.png 300w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-8-14x12.png 14w\" sizes=\"auto, (max-width: 714px) 100vw, 714px\" \/><figcaption><strong>Distribuzione delle adesioni per regione (v. %, v.a. del totale)<\/strong><br>Elaborazione IRES ER su dati INPS al 23\/09\/2021<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>Per molte regioni, comunque, non si rileva una vera e propria corsa all\u2019adesione. Anzi, in casi anche significativi, le adesioni alla rete sono un fatto recentissimo. Nel Lazio, che ha un peso sul totale pari al 6,5%, il 47,6% delle imprese ha aderito nel 2020. Nelle restanti, invece, l\u2019andamento \u00e8 quello complessivo, con un picco al momento dell\u2019istituzione della rete e una progressione decisamente lenta che trova qualche vigore solo nell\u2019ultimo anno. Anche in questo caso, pi\u00f9 che fattori interni al tessuto produttivo, la spinta all\u2019iscrizione \u00e8 con tutta probabilit\u00e0 l\u2019esito della scelta dei marchi della GDO<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a> aderenti all\u2019Associazione Distribuzione Moderna a commissionare la produzione e il confezionamento dei prodotti a marchio proprio ad aziende iscritte alla ReLaq. D\u2019altra parte, la scelta della GDO di escludere i fornitori non aderenti alla rete aveva gi\u00e0 dato prova delle proprie capacit\u00e0 persuasive nel 2016, quando proprio nell\u2019area di Bari alcuni marchi rifiutarono il ritiro delle merci ordinate per via della mancata adesione alla rete dei loro fornitori, dando luogo a quella che alcuni giornali definirono la Guerra delle Ciliegie e mettendo in atto quella che Flai CGIL Puglia e Coldiretti considerarono una vera e propria azione distorsiva e svilente dei principi della ReLaQ <a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a>. Quale che ne sia il giudizio, delle 594 adesioni approvate nel 2016 a Bari una parte di esse \u2013 pari a 311 &#8211; furono inviate tra il 26 e il 28 aprile, proprio nei giorni caldi della trattativa.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Le aziende individuali tra le aderenti<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Ulteriore elemento di distinzione territoriale delle adesioni \u00e8 quello desumibile dal codice fiscale dell\u2019impresa aderente e, in sostanza, del tipo di impresa. Rispetto al totale, la maggior parte delle imprese aderenti (il 59,1%) \u00e8 costituita da ditte individuali che fanno domanda utilizzando il codice fiscale alfanumerico (3.014). Anche questo dato si caratterizza per una sostanziale disomogeneit\u00e0 territoriale. Nella Tabella 2 \u00e8 sintetizzata l\u2019incidenza delle ditte individuali aderenti sul totale delle imprese aderenti per l\u2019intera regione. Si pu\u00f2 facilmente osservare come se in molte regioni il peso delle ditte individuali aderenti \u00e8 simile o non molto distante da quello complessivo descritto poco sopra, in molte altre il valore indica uno scenario completamente diverso. In sintesi, si pu\u00f2 affermare che le ditte individuali abbiano un peso maggiore nelle regioni del mezzogiorno che non nel centro nord. Con la sola eccezione della Sicilia e \u2013 sebbene scarsamente significativa \u2013 della Sardegna, dove l\u2019incidenza delle ditte individuali \u00e8 inferiore, i valori di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Puglia sono pi\u00f9 o meno nettamente al di sopra del valore complessivo. Al contrario, nelle regioni centrali e settentrionali le ditte individuali hanno un peso inferiore tra le aderenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Dall\u2019analisi dei codici fiscali emerge un quadro invece abbastanza omogeneo tra le diverse regioni per quanto riguarda l\u2019intestatario. Mediamente si tratta di individui di sesso maschile (79,3%), nati in Italia (98,7%) e con un\u2019et\u00e0 media pari a 55,8 anni. Pi\u00f9 nel dettaglio, la regione con l\u2019et\u00e0 media pi\u00f9 bassa \u00e8 la Puglia, con 40,8 anni, la regione con l\u2019et\u00e0 media pi\u00f9 elevata \u00e8 la Calabria, con 61,6 anni. Come anticipato, poi, i nati al di fuori dell\u2019Italia sono in tutto 40, distribuiti in modo non omogeneo tra le diverse regioni.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"501\" height=\"421\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-11.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2073\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-11.png 501w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-11-300x252.png 300w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-11-14x12.png 14w\" sizes=\"auto, (max-width: 501px) 100vw, 501px\" \/><figcaption><strong>Ditte individuali, distribuzione, incidenza regionale e sesso dell\u2019intestataria\/o<\/strong> Elaborazione IRES ER su dati INPS <em>al 23\/09\/2021<\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Solo in Puglia sono 11 gli aderenti alla rete con un codice fiscale che indica una zona di nascita al di fuori del Paese. Infine, per quanto riguarda la distribuzione per sesso, si osserva nel la netta prevalenza di persone di sesso maschile in quasi tutte le regioni italiane. L\u2019unica eccezione sono il Molise e la Liguria, dove i quattro aderenti per regione sono equamente distribuiti tra maschi e femmine. Per le restanti regioni, si osserva un incremento della prevalenza maschile nel Settentrione, dove le aderenti si riducono all\u20198% del Veneto, all\u20198,6% della Lombardia, al 9,2% del Piemonte e all\u201911,1% dell\u2019Emilia R.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Le adesioni a livello provinciale<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nonostante le tante specificit\u00e0 individuate, le osservazioni condotte su scala regionale rischiano di appiattire una mappa che \u2013 se possibile \u2013 \u00e8 ancor pi\u00f9 complessa di quanto visto sin qui. Nella Tabella 3 le stesse informazioni prese in esame su scala regionale sono esaminate per le 25 province o Citt\u00e0 Metropolitane (CM) con l\u2019incidenza maggiore rispetto alle adesioni nazionali. Si tratta anche delle sole con un peso pari o maggiore all\u20191%. Il primo elemento che emerge dalla lettura dei dati disponibili \u00e8 la forte frammentazione territoriale che si riverbera anche al livello infra-regionale. Ad eccezione dell\u2019Emilia-Romagna, presente nella lista con sette province su nove, le restanti regioni compaiono nella lista con un numero di provincie e CM ben pi\u00f9 esiguo. Il caso pi\u00f9 eclatante \u00e8 quello pugliese. Se abbiamo visto la Puglia essere la regione con il maggior numero di imprese aderenti (24,1% del totale), su scala provinciale si pu\u00f2 notare che tale significativit\u00e0 riguarda le sole aree di Bari e Foggia che da sole fanno il 21,9% del totale nazionale. Inoltre, mentre le adesioni nel barese risalgono in gran parte al 2016 (85,8%), nel foggiano il 48,7% delle imprese aderisce tra il 2020 e i primi 9 mesi del 2021.<\/p>\n\n\n\n<p>Simile al caso di Bari \u00e8 quello di Cosenza. Con il 4,6% delle imprese aderenti, la provincia di Cosenza copre quasi da sola l\u2019intera quota delle imprese calabresi aderenti alla rete (5,3%) e lo fa con una quota rilevante di adesioni della primissima ora. Il 68,7% delle imprese cosentine aderisce, infatti, tra gli ultimi tre mesi del 2015 e il 2016. Come anticipato, l\u2019Emilia-Romagna rappresenta un caso a parte. L\u2019adesione, in questo caso, \u00e8 meglio distribuita sul territorio regionale, ma questo non esclude differenze tra i diversi territori. In primo luogo, si pu\u00f2 notare come l\u2019adesione si distribuisca nel tempo in modo differenziato. Si va da un\u2019adesione pi\u00f9 rapida per il ferrarese, con il 61,5% delle aderenti nel solo 2016, a un modello di maggior lentezza nel ravennate, dove un quarto circa delle imprese aderisce nel solo 2019, un anno complessivamente meno significativo. Ancor meno vertiginosa \u00e8 la corsa adesioni nel forlivese-cesenate, dove le imprese aderenti sono 1,2% del totale e in gran parte risultano aver aderito nell\u2019ultimo triennio. In secondo luogo, risultano abbastanza diversificate le adesioni per tipo di azienda. Le ditte individuali hanno un peso complessivamente pi\u00f9 basso di quello complessivo, come d\u2019altra parte si \u00e8 visto essere per il centro-nord, ma nelle aree di Piacenza e Reggio nell\u2019Emilia le ditte individuali calano drasticamente, toccando il 38 e il 39,6%. Piacenza, Modena e Reggio nell\u2019Emilia sono le province che collocano nel 2017 la massima adesione, condizionando la tendenza regionale, con, rispettivamente, il 65,8%, l\u201982,6% e il 92,1%).<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"737\" height=\"481\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-12.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2074\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-12.png 737w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-12-300x196.png 300w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-12-18x12.png 18w\" sizes=\"auto, (max-width: 737px) 100vw, 737px\" \/><figcaption><strong>Distribuzione annuale delle adesioni per le prime 25 province e CM per peso sul totale (ad oggi), e per \u00a0quota ditte individuali<\/strong><br>Elaborazione IRES ER su dati INPS <em>al 23\/09\/2021<\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La prospettiva provinciale permette di osservare qualche dettaglio in pi\u00f9 sulle adesioni delle imprese laziali. Innanzitutto, c\u2019\u00e8 da dire che la regione Lazio \u00e8 presente nella selezione in tabella oltre che con la CM di Roma Capitale anche con le province di Viterbo e Latina. In questo caso poi, la distribuzione delle adesioni risulta tutto sommato omogenea anche nel tempo, visto che in tutte le aree presenti \u00e8 il 2020 l\u2019anno con il maggior numero di adesioni.&nbsp; Come si \u00e8 avuto modo di intendere, la disomogeneit\u00e0 territoriale delle adesioni \u00e8 l\u2019esito di dinamiche complesse che solo in parte hanno a che fare con l\u2019effettiva estensione del tessuto produttivo agricolo. In particolare, confrontando il peso delle imprese aderenti alla rete di ogni provincia o CM con il peso delle imprese con manodopera agricola di ogni provincia (fonte INPS, 2019) si rileva una certa correlazione (p &lt;0,001), ma solo in parte l\u2019una spiega l\u2019altra. Il coefficiente di determinazione pari a 0,46, infatti, \u00e8 abbastanza lontano dal risultato che si avrebbe se la relazione tra le due variabili fosse tale da poter spiegare e predire il valore della variabile dipendente (r<sup>2<\/sup>=1).<\/p>\n\n\n\n<p>Chiaramente, le osservazioni che scaturiscono da questa osservazione \u00e8 fortemente legata alla definizione data di \u201ctessuto produttivo agricolo\u201d. In questo caso si \u00e8 scelto di prendere in considerazione le sole imprese agricole con manodopera, escludendo quindi le ditte individuali, permettendoci cos\u00ec di ragionare sulla capacit\u00e0 di un tessuto agricolo strutturato di favorire l\u2019adesione alla ReLaQ delle imprese esistenti anche al di l\u00e0 di quelle agricole. Quello che infatti deve pure essere notato \u00e8 che l\u2019adesione alla rete pu\u00f2 riguardare imprese che svolgono attivit\u00e0 non sempre o non direttamente legate alla produzione agroalimentare.<\/p>\n\n\n\n<p>Per meglio esplorare questo aspetto abbiamo provato ad estrarre i bilanci delle imprese aderenti alla rete per osservarne le principali caratteristiche. Il risultato non \u00e8 esaustivo dell\u2019articolato panorama che compone la rete, ma aggiunge alcune informazioni che vale la pena riprendere.<\/p>\n\n\n\n<div class='tableauPlaceholder' id='viz1669649045686' style='position: relative'><noscript><a href='#'><img alt=' ' src='https:&#47;&#47;public.tableau.com&#47;static&#47;images&#47;7H&#47;7HFGGJGDP&#47;1_rss.png' style='border: none' \/><\/a><\/noscript><object class='tableauViz'  style='display:none;'><param name='host_url' value='https%3A%2F%2Fpublic.tableau.com%2F' \/> <param name='embed_code_version' value='3' \/> <param name='path' value='shared&#47;7HFGGJGDP' \/> <param name='toolbar' value='yes' \/><param name='static_image' value='https:&#47;&#47;public.tableau.com&#47;static&#47;images&#47;7H&#47;7HFGGJGDP&#47;1.png' \/> <param name='animate_transition' value='yes' \/><param name='display_static_image' value='yes' \/><param name='display_spinner' value='yes' \/><param name='display_overlay' value='yes' \/><param name='display_count' value='yes' \/><param name='language' value='it-IT' \/><\/object><\/div>                <script type='text\/javascript'>                    var divElement = document.getElementById('viz1669649045686');                    var vizElement = divElement.getElementsByTagName('object')[0];                    vizElement.style.width='100%';vizElement.style.height=(divElement.offsetWidth*0.75)+'px';                    var scriptElement = document.createElement('script');                    scriptElement.src = 'https:\/\/public.tableau.com\/javascripts\/api\/viz_v1.js';                    vizElement.parentNode.insertBefore(scriptElement, vizElement);                <\/script>\n\n\n\n<p>In primo luogo, si deve considerare che i bilanci recuperati sono relativi a sole 802 imprese delle 2.083 imprese attualmente aderenti con un codice fiscale diverso da quello delle persone fisiche. In secondo luogo, si consideri che i codici fiscali sono relativi a imprese che dal momento della loro adesione potrebbero essere oggi inattive. Ci\u00f2 premesso, il risultato \u00e8 quello sintetizzato nella mappa interattiva dove sono state geograficamente proiettate le sedi legali delle imprese estratte, evidenziando con il colore l\u2019attivit\u00e0 principale svolta e con le dimensioni dell\u2019indicatore il valore totale della produzione all\u2019ultimo anno disponibile. La concentrazione degli indicatori in alcune aree del Paese \u00e8 del tutto compatibile con le osservazioni fatte nel complesso fin qui. Rispetto a quelle, per\u00f2, possiamo aggiungere che sebbene la gran parte delle imprese aderenti svolga un\u2019attivit\u00e0 legata all\u2019agricoltura in senso ampio, alcune aree, come il Nord-Est, si caratterizzano per la presenza di imprese di tipo agroindustriale, che sono anche quelle con il valore prodotto maggiore.<\/p>\n\n\n\n<p>Tale disomogeneit\u00e0 \u00e8 in parte dovuta alle effettive caratteristiche del tessuto produttivo su una data area, in parte per\u00f2 si evidenziano difformit\u00e0 che con il tessuto imprenditoriale hanno poco a che fare e che, come visto, ci riportano direttamente ai piani culturale e politico-amministrativo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>2.5. Il potere dei giganti.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>A circa cinque anni dall\u2019approvazione della legge 199 del 2016, le attese scaturite dall\u2019intervento legislativo rispetto al contrasto del caporalato e dello sfruttamento della manodopera agricola restano in larga parte disattese. Da un lato, infatti, la legge costituisce una novit\u00e0 nei termini della centralit\u00e0 attribuita al lavoro e alla contrattazione, mettendo i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici davanti alla tutela della libera concorrenza e alla tutela delle produzioni. Dall\u2019altro, per\u00f2, sembra non riuscire a mettere davvero in discussione gli elementi costitutivi del caporalato e dello sfruttamento, limitando la sua efficacia alla sola fase repressiva. Le ragioni di tale limite stanno nella natura stessa del fenomeno che si vorrebbe contrastare che affondano nella vulnerabilit\u00e0 economica e sociale connaturate allo stato di immigrazione della gran parte delle vittime. Si tratta insomma di aspetti decisamente al di fuori dell\u2019immediato raggio di azione della legge che, infatti, indirizza ad organismi pi\u00f9 idonei la responsabilit\u00e0 della riduzione di quelle condizioni che favoriscono l\u2019esposizione allo sfruttamento lavorativo. Tra i meccanismi richiamati dalla legge figurano elementi nuovi, come il \u201cTavolo operativo per la definizione di una nuova strategia di contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo in agricoltura\u201d, e il rafforzamento di quelli vecchi, come la costituzione della Rete del Lavoro Agricolo di Qualit\u00e0, gi\u00e0 istituita nel 2014.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre il primo elemento \u00e8 ancora troppo giovane per dirci qualcosa che vada oltre la dichiarazione di intenti, il secondo permette una qualche disanima pi\u00f9 approfondita, soprattutto grazie ai dati forniti dall\u2019INPS, su cui ricade la responsabilit\u00e0 stessa della rete.<\/p>\n\n\n\n<p>I dati forniti mostrano un panorama estremamente eterogeneo, sia sul piano regionale che su quello infra-regionale. L\u2019adesione, tutto sommato scarsa, delle imprese italiane non rispecchia l\u2019effettiva consistenza del tessuto produttivo agricolo, tanto pi\u00f9 che l\u2019adesione alla rete pu\u00f2 riguardare anche imprese non agricole, purch\u00e9 intervengano nei processi trasformativi dei prodotti dell\u2019agricoltura o che comunque collochino dipendenti agricoli. Pi\u00f9 nel dettaglio, si \u00e8 visto che buona parte delle imprese aderenti si divide tra Puglia ed Emilia-Romagna con, rispettivamente il 24,1 e il 23,9%.<\/p>\n\n\n\n<p>Si \u00e8 per\u00f2 osservato anche che le due regioni rappresentano due modelli di adesione completamente diversi tra loro. In primo luogo, le imprese pugliesi aderenti sono fortemente concentrate nell\u2019area di Bari, nella cui area hanno sede il 14% delle imprese aderenti in tutta Italia, e pi\u00f9 recentemente nel foggiano (che nel 2021 arriva al 7,9% del totale) e contano la quota pi\u00f9 elevata di ditte individuali (78,1%). Al contrario, l\u2019eccezionale dato dell\u2019Emilia-Romagna \u2013sovrastimata nella rete rispetto all\u2019effettiva consistenza del tessuto produttivo agricolo \u2013 si caratterizza per una pi\u00f9 omogenea distribuzione territoriale (tra le prime 10 province per numero di imprese aderenti la met\u00e0 sono emiliano-romagnole) e una minore incidenza di ditte individuali (50,2%). Inoltre, mentre le imprese pugliesi sono in gran parte aderenti della prima e dell\u2019ultima ora (il 58,7% ha aderito entro il 2016, mentre il 23% tra il 2020, con l\u201911,6%, e i primi 9 mesi del 2021, con l\u201911,4%), le adesioni delle imprese emiliano romagnole sono pi\u00f9 concentrate nel primo triennio: gi\u00e0 nel 2017 aderiscono il 76,2% delle attualmente aderenti. Negli anni successivi la corsa alle adesioni \u00e8 molto pi\u00f9 lenta, con valori che comunque crescono di anno in anno.<\/p>\n\n\n\n<p>I due casi regionali non potrebbero essere pi\u00f9 diversi tra loro, eppure c\u2019\u00e8 una questione che li accomuna. In entrambi, infatti, le adesioni sembrano derivare da pressioni che poco hanno a che fare con il tessuto produttivo agricolo. In un caso, quello emiliano romagnolo, la spinta all\u2019adesione \u00e8 basata sull\u2019incentivo economico previsto dalla Regione. La maggiore omogeneit\u00e0 delle adesioni in Emilia-Romagna e il picco delle adesioni del 2017 non pu\u00f2 non richiamare il Programma Operativo del 2017 relativo al PSR 2014-2020 che inserisce appunto l\u2019ammissione alla ReLaQ tra i criteri premianti dei finanziamenti ai progetti di filiera. Nel secondo caso, invece, l\u2019adesione nel barese \u00e8 promossa dall\u2019azione della GDO nella primavera del 2016.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche in questo caso l\u2019incentivo \u2013 se cos\u00ec si pu\u00f2 dire \u2013 \u00e8 economico, ma deriva dal potere della distribuzione organizzata nella filiera agricola che, stando alle dichiarazioni rese alla stampa dalle organizzazioni di rappresentanza, usava la mancata adesione alla rete delle imprese ai fini di una riduzione del prezzo dei prodotti. L\u2019iniziativa della GDO sembra spiegare anche parte della ripresa delle adesioni tra il 2020 e il 2021. Il richiamo fatto ai fornitori dei prodotti a marchio privato, infatti, \u00e8 quello di certificare la propria responsabilit\u00e0 attraverso l\u2019adesione alla ReLaQ. Entrambe le iniziative risultano di assoluto interesse, ma diversamente da quella della Regione Emilia-Romagna, politica, l\u2019iniziativa privata della GDO evidenzia dei limiti dovuti alla prospettiva da cui trae radici. In primo luogo, ci si potrebbe chiedere se azioni simili possano coinvolgere anche i fornitori internazionali, onde evitare una distorsione sulla filiera. In secondo luogo, non si pu\u00f2 non tenere in considerazione il fatto che le condizioni di lavoro in agricoltura sono anche l\u2019esito di politiche economiche dei distributori.<\/p>\n\n\n\n<p>In tal senso il rischio di scaricare la responsabilit\u00e0 a monte della filiera \u00e8 evidente. Si tratta di aspetti riconducibili a quello che Colin Crouch ha definito il Potere dei giganti, che se da un lato riduce la complessit\u00e0 dei problemi su cui la politica e l\u2019azione pubblica incidono meno, dall\u2019altro genera soluzioni di interesse privato, semplici, come le asimmetrie di potere (economico) che le innerva.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>APPENDICE<\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"661\" height=\"841\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-13.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2075\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-13.png 661w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-13-236x300.png 236w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-13-9x12.png 9w\" sizes=\"auto, (max-width: 661px) 100vw, 661px\" \/><figcaption><strong>Imprese aderenti nelle province o citt\u00e0 del Nord Italia<\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"619\" height=\"451\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-14.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2076\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-14.png 619w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-14-300x219.png 300w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-14-16x12.png 16w\" sizes=\"auto, (max-width: 619px) 100vw, 619px\" \/><figcaption><strong>Imprese aderenti nelle province o citt\u00e0 del Centro Italia<\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"775\" height=\"872\" src=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-16.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-2078\" srcset=\"https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-16.png 775w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-16-267x300.png 267w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-16-768x864.png 768w, https:\/\/ireser.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/image-16-11x12.png 11w\" sizes=\"auto, (max-width: 775px) 100vw, 775px\" \/><figcaption><strong>Imprese aderenti nelle province o citt\u00e0 del Centro Italia<\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, <em>Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020 \u2013 2022<\/em>, Roma 2020 in <a href=\"https:\/\/www.lavoro.gov.it\/temi-e-priorita\/immigrazione\/focus-on\/Tavolo-caporalato\/Documents\/Piano-Triennale-post-CU.pdf\">https:\/\/www.lavoro.gov.it\/temi-e-priorita\/immigrazione\/focus-on\/Tavolo-caporalato\/Documents\/Piano-Triennale-post-CU.pdf<\/a> (ultimo accesso 06.04.2022).<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Associazione Distribuzione Moderna, <em>la sostenibilita\u2019 e la responsabilita\u2019 sociale della distribuzione moderna protagoniste al convegno di apertura di marcabybolognafiere \u2013 Comunicato Stampa del 15\/01\/2020<\/em>, in <a href=\"http:\/\/adm-distribuzione.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Marca-2020-Comunicato-15-gen-2020-14-gen-2020-definitivo.pdf\">http:\/\/adm-distribuzione.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Marca-2020-Comunicato-15-gen-2020-14-gen-2020-definitivo.pdf<\/a> (ultimo accesso 06.04.2022).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Bevilacqua Piero, <em>Tra natura e storia. Ambiente, economie, risorse in Italia<\/em>, Donzelli Editore, 1996, pp. 42-43.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio &#8211; Ufficio del Lavoro, <em>Le condizioni di lavoro nelle risaie<\/em>, Roma 1906, p. 52, in <a href=\"https:\/\/play.google.com\/books\/reader?id=C5o9AQAAMAAJ&amp;pg=GBS.PP12&amp;hl=it\">https:\/\/play.google.com\/books\/reader?id=C5o9AQAAMAAJ&amp;pg=GBS.PP12&amp;hl=it<\/a> (ultimo accesso 06.04.2022)<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> Perrotta Domenico, <em>Vecchi e nuovi mediatori. Storia, geografia ed etnografia del caporalato in agricoltura<\/em>, in Meridiana N.79\/2004.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> Corte di Cassazione, <em>Relazione. n. III\/11\/2011 Roma, 5 settembre 2011, pp. 1-2, in: contedicassazione.it\/Cassazione-resources\/resources\/cms\/documewnts\/Relazione-III_11_11-pdf.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> Senatori Iacopo, <em>Filiera agroalimentare, tutela del lavoro agricolo e modelli contrattuali di regolazione collettiva: una geografia negoziale dello sviluppo sostenibile<\/em>, in Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali, N. 164:4\/2019 pp. 589-629.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> Perrotta Domenico, <em>ibidem<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> Omizzolo Marco, <em>Tratta internazionale nell\u2019area del Mediterraneo e sfruttamento lavorativo: il caso della comunit\u00e0 indiana in provincia di Latina<\/em>, in Baldin Serena e Zago Moreno <em>Europe of Migrations: Policies, Legal Issues and Experiences<\/em>, Edizioni Universit\u00e0 di Trieste, 2017.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> Se tra i lavoratori agricoli con cittadinanza italiana il 6% ha trovato lavoro tramite un centro per l\u2019impiego, lo stesso vale per 0,6% di lavoratori e lavoratrici con cittadinanza di altri Paesi europei e per lo 0,1% di quelli e quelle con cittadinanza non europea.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> Ispettorato Nazionale del Lavoro, <em>Rapporto annuale delle attivit\u00e0 di tutela e vigilanza: in materia di lavoro e legislazione sociale Anno 2020<\/em>, Roma 2020 in <a href=\"https:\/\/www.ispettorato.gov.it\/it-it\/in-evidenza\/Pagine\/INL-Rapporto-Annuale-2020.aspx\">https:\/\/www.ispettorato.gov.it\/it-it\/in-evidenza\/Pagine\/INL-Rapporto-Annuale-2020.aspx<\/a> (ultimo accesso 06.04.2022)<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Per la fornitura dei dati si ringrazia in particolare il Dott. Ugo Mei, Dirigente per l\u2019Area pianificazione e controllo, formazione, rapporti con altre strutture; nonch\u00e9 i suoi collaboratori e collaboratrici che hanno approntato la banca dati.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Coldiretti, <em>Ciliegie \u2013 Comunicato Stampa del 28\/04\/2016<\/em>, in <a href=\"https:\/\/puglia.coldiretti.it\/news\/ciliegie\/\">https:\/\/puglia.coldiretti.it\/news\/ciliegie\/<\/a> (ultimo accesso 06.04.2022).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Regione Emilia-Romagna, <em>Programma di Sviluppo Rurale (PSR 2014-2020) Bando Progetti di Filiera<\/em>, Bologna 2017, in <a href=\"https:\/\/agricoltura.regione.emilia-romagna.it\/psr-2014-2020\/bandi\/bandi-2017\/bando-progetti-di-filiera\">https:\/\/agricoltura.regione.emilia-romagna.it\/psr-2014-2020\/bandi\/bandi-2017\/bando-progetti-di-filiera<\/a> (ultimo accesso 06.04.2022).<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianluca De Angelis Gianluca De Angelis, \u00e8 ricercatore dell\u2019IRES dell\u2019Emilia-Romagna. 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